     p 373 .


Paragrafo 3 . La morale.

     
Introduzione.

L'unit  dell'uomo e della sua capacit di pensare  si  articola  -
come  ormai    noto - in varie facolt: la facolt  di  conoscere,
quella  di  desiderare, quella di sentire (nel  senso  di  "provare
sentimenti").

La facolt di desiderare.
     
La  ragione  pare scoprire un vuoto al suo interno - una  "lacuna",
dice  Kant  -, ed  mossa dal desiderio di colmarlo. La  ragione  -
come dimostrano l'intera storia della filosofia e, pi in generale,
la storia delle attivit umane -  in grado di pensare l'assoluto e
l'infinito, l'Essere e l'eternit.
     Quando la ragione non  consapevole dei propri limiti commette
l'errore  di  credere che tutto ci che pensa debba necessariamente
esistere  ed  essere  vero; ma anche quando - attraverso  l'analisi
critica  di  se stessa - la ragione riconosce la propria finitezza,
non pu negarsi il desiderio dell'assoluto.
     La  ragione, cui  preclusa l'attivit teoretica (che  produce
conoscenza),   riservata   all'intelletto,   diventa   protagonista
dell'attivit pratica.
     Se   impossibile far s che un oggetto esista solo perch  se
ne  desidera  l'esistenza,  possiamo  invece  determinare,  con  il
desiderio  e  con il pensiero, le nostre azioni, quindi  la  nostra
morale.
     
Il piacere e la felicit.
     
Anche  le  azioni  dell'uomo  sono  strettamente  legate  alla  sua
sensibilit, rispondono principalmente a stimoli sensibili  e  sono
finalizzate al raggiungimento del piacere e della felicit.
     Accanto  ai  piaceri  che vengono dalla  sensibilit  ci  sono
quelli che provengono dall'intelletto,
     
     p 374 .
     
     quali  la  lettura  di  un  buon  libro  o  una  conversazione
interessante.
     Ma  entrambi i tipi di piacere agiscono sulla stessa ed  unica
facolt  di  desiderare, per cui - di solito -    indifferente  la
"qualit"  del  piacere,  e diventano determinanti  la  "durata"  e
l'"intensit"(63). Le scelte del nostro agire pratico  sono  quindi
determinate  "da  quanto  intenso  questo piacere,  quanto  lungo,
quanto facile a procurare e quanto spesso ripetuto". "Come a  colui
che  ha  bisogno di oro per spendere  affatto indifferente che  la
materia  di esso, l'oro, sia stata cavata dalla montagna, o detersa
dalla sabbia, purch sia ricevuto dappertutto per lo stesso valore,
cos  nessuno, se gl'importa semplicemente del piacere della  vita,
ricerca se le rappresentazioni sono dell'intelletto o del senso, ma
soltanto il numero e l'intensit del piacere che esse gli procurano
nel maggior tempo"(64).
     
Autonomia ed eteronomia.
     
La volont - mossa dal desiderio del piacere -  quindi determinata
non dalle caratteristiche dell'azione, ma dagli effetti dell'azione
sul  soggetto:  nella scelta tra fare l'elemosina  a  un  povero  e
andare  a teatro non ha influenza la "bont" dell'azione in s,  ma
il piacere che deriva a chi la compie.
     Questo non pu certamente essere il criterio della moralit.
     Non  pu esserlo innanzitutto per il carattere soggettivo  che
in  questo modo viene ad assumere la norma morale: l'azione  buona
in  quanto  produce il bene del soggetto che la  compie,  mosso  da
quello che Kant chiama "amor proprio" (Selbstliebe)(65). Invece pu
essere  considerata  rispondente  ai  princpi  della  morale  solo
l'azione che  riconosciuta universalmente buona.
     La  ragione, pertanto, nel determinare gli oggetti del proprio
desiderio,  non  deve  essere condizionata  dall'amor  proprio,  ma
mirare  alla formulazione di norme valide di per s e riconoscibili
come   valide   da  tutti  gli  esseri  razionali.  La   condizione
preliminare per questa azione della ragione  la sua autonomia.
     Prima  di vedere come l'autonomia della ragione si realizzi  e
manifesti  pu  essere  utile  considerare  che  gran  parte  delle
dottrine  morali  tradizionali sono state  fondate  proprio  su  un
principio  opposto, che Kant chiama eteronomia(66), e che  si  basa
non su una autonoma volont della ragione che
     
     p 375 .
     
     determina  i  propri  oggetti,  bens  sulla  volont  che   
condizionata e determinata dagli oggetti(67). Di fronte  al  povero
che  chiede  la carit (e che vorrei aiutare), scelgo di  andare  a
vedere la commedia a teatro: non  la mia ragione che liberamente e
autonomamente  sceglie  il  bene, ma   l'oggetto  che  mi  procura
piacere (lo spettacolo teatrale) a determinare la mia volont.
     Cos  tutta  la normativa che si fonda sulla minaccia  di  una
pena  o  sulla promessa di un premio non pu avere un  vero  valore
morale, perch il nostro agire non deve avere nessun secondo  fine.
Quindi  non  si  dir  "Non  devo  mentire,  se  voglio  conservare
l'onore", ma piuttosto "Non devo mentire, anche se la menzogna  non
mi  procura  nessun disonore"(68); cos nessuna azione  pu  essere
ritenuta  veramente buona se compiuta per paura dell'inferno  e  in
vista del piacere eterno del paradiso.
     
Imperativo ipotetico e imperativo categorico.
     
Le azioni compiute da una volont condizionata, cio all'interno di
una  morale eteronoma, rispondono a comandi della ragione (Kant  li
chiama  imperativi)  di  tipo ipotetico,  che  si  esprimono  nella
formula  "se  ..., allora ..." (se vuoi conservare l'onore,  allora
non mentire); in esse c' un totale spostamento della volont da un
oggetto  a  un altro, come osserva Kant: "Devo fare questo,  perch
voglio qualcos'altro"(69).
     L'imperativo della morale autonoma, invece, deve essere libero
da  ogni  condizione,  deve avere un valore assoluto  e  universale
(come   la   conoscenza  che  l'intelletto  riesce  a   raggiungere
attraverso  l'uso  delle categorie e delle altre forme  a  priori);
Kant lo chiama imperativo categorico: "Quest'ultimo imperativo deve
quindi  prescindere  da  qualsiasi  oggetto,  affinch  questo  non
eserciti  il minimo influsso sulla volont, e ci perch la  ragion
pratica  (la  volont) deve, non gi limitarsi ad  amministrare  un
interesse  estraneo, ma semplicemente mostrare la propria  autorit
imperativa quale legislazione suprema"(70).
     La  norma  morale  (imperativo)  ha  una  forma  (ipotetica  o
categorica) e un contenuto (massima).
     
Le massime dell'imperativo ipotetico.
     
Il contenuto degli imperativi ipotetici pu essere di tipo empirico
o di tipo razionale. Nel primo caso la

p 376 .

"condizione",  cio  la causa che spinge ad agire,    la  felicit
("fai  questo,  non fare quello [se vuoi essere felice]")(71);  nel
secondo   caso  lo  stimolo  all'azione  viene  dal  principio   di
perfezione ("fai questo, non fare quello perch cos la tua  azione
sar conforme alla volont di Dio, massima perfezione esistente  di
per s")(72).
     In ogni caso la massima dell'imperativo ipotetico  riferibile
a un'azione specifica relativa a un oggetto determinato (fare o non
fare questo o quello).
     
Le massime dell'imperativo categorico.
     
L'imperativo categorico deve invece avere un contenuto  universale.
Deve,  quindi, essere svincolato da qualsiasi oggetto  determinato,
deve - paradossalmente - essere vuoto di contenuto, o, meglio, deve
avere  un  contenuto esclusivamente formale; deve cio indicare  un
metodo e un criterio generale applicabile a tutte le nostre azioni.
Kant  indica  alcune  massime che possono costituire  il  contenuto
dell'imperativo categorico:
     - "Agisci in modo da trattare l'umanit, sia nella tua persona
sia  in  quella  di  ogni  altro, sempre  anche  come  fine  e  mai
semplicemente come mezzo"(73);
     - "Agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso,
puoi volere che divenga una legge universale"(74);
     -  "Agisci  secondo massime che possano in pari  tempo,  quali
leggi universali della natura, avere se stesse come oggetto"(75).
     In  queste  massime  si  esprime una concezione  della  morale
radicalmente nuova, fondata sulla completa autonomia del  soggetto,
e  sul  suo diritto a legiferare in campo morale. L'uomo non   pi
sottomesso a leggi oggettive, che gli vengono imposte dall'esterno,
ma    egli  stesso a stabilire le norme del proprio comportamento,
preoccupandosi che quelle norme non valgano solo per s, ma abbiano
un valore universale.
     Anche se di fronte alla singola azione la massima autonoma pu
non  differenziarsi da quella eteronoma, il suo valore  del  tutto
diverso. Si prenda, ad esempio, l'imperativo "non rubare": una cosa
  se  questo imperativo nasce da una scelta consapevole, libera  e
volontaria  del  soggetto;  cosa del tutto diversa  se    dettato
dalla paura di essere scoperto e punito.
     
La facolt di legiferare.
     
Come   nell'ambito   della  conoscenza  il   soggetto,   attraverso
l'intelletto, impone le proprie leggi a priori al mondo fenomenico,
cos in campo pratico (cio morale) il soggetto impone a se stesso,
grazie alla

p 377 .

ragione,  le  proprie leggi, alle quali deve poi  obbedire.  L'uomo
unifica  cos  in s una duplice funzione, quella di legislatore  e
quella di suddito.
     E'  evidente  che  Kant ripropone per la morale  un  principio
fondamentale   che  si  era  affermato  tra  i  sostenitori   della
democrazia politica, primo fra tutti Rousseau: la volont  generale
non    nulla di pi della volont dei singoli, anche quando sembra
intervenire a limitare proprio la volont individuale.
     Solo  la  consapevolezza che in ogni scelta la nostra  volont
obbedisce  solo  a  se  stessa, e non a  una  volont  superiore  e
comunque  esterna,  pu garantire una adesione incondizionata  alla
norma morale.
     
Al di l del principio di piacere.
     
Perch  la  ragione  umana  possa assolvere,  in  piena  libert  e
autonomia,  a  questo  suo  compito di elaborare  una  legislazione
morale  e,  al  tempo  stesso, possa rispettarla  ed  obbedirle,  
necessario   che   la  causa  delle  nostre  azioni   non   risieda
esclusivamente   nel  desiderio  del  piacere  e  della   felicit:
altrimenti  continueremmo  ad andare a teatro  invece  di  fare  la
carit ai poveri.
     Pur  non  negando il piacere come "motore" delle azioni(76)  
necessario  che  esso  perda  le caratteristiche  di  soddisfazione
individuale di uno scopo individuale.
     Se il desiderio del piacere muove le azioni con la prospettiva
della soddisfazione che deriva dal raggiungimento di uno scopo,  il
discorso  sulla moralit delle azioni non pu prescindere dal  loro
scopo.  Abbiamo gi visto che Kant sostiene che non ha alcun valore
morale  fare una cosa perch se ne vuole un'altra, ma si deve  fare
una  cosa  perch si vuole quella cosa: se non riusciamo a  provare
piacere  in  essa e, anzi, il desiderio di piacere ci distoglie  da
essa, il principio di piacere dovr essere sostituito dal principio
di dovere.
     Se  l'uomo  non  possiede  una volont  santa,  cio  tale  da
impedirgli di fare anche una sola scelta contraria alla  morale,  
necessario  che ci sia un costringimento alla buona azione.  Questa
costrizione  ad agire bene, per - non va assolutamente dimenticato
-,  avviene  sempre  e  soltanto  mediante  la  ragione  e  le  sue
leggi(77).

p 378 .

L'antinomia della ragion pratica.
     
Dovere  e  piacere costituiscono i due poli di una nuova antinomia.
Questo contrasto  destinato a durare fintanto che ci si ostina, in
campo morale, a cercare le cause delle nostre azioni in un rapporto
con  il  mondo  sensibile,  a  considerare  il  dovere  legato   al
piacere(78).
     Del resto  "naturale" che dal compimento di un'azione "buona"
ci  aspettiamo  piacere  e  felicit;  perch  altrimenti  dovremmo
assoggettarci  al  dovere,  anche  se  l'imposizione  viene   dalla
ragione?
     L'antinomia trae origine dalla duplicit della natura umana  -
appartenente  al "mondo sensibile" e nello stesso tempo  al  "mondo
intelligibile"  -, e pu trovare soluzione solo in un  innalzamento
dell'uomo sopra se stesso come parte del mondo sensibile.
     "Dovere!  nome  sublime e grande, che non contieni  niente  di
piacevole  che  implichi lusinga, ma chiedi la sottomissione;  che,
tuttavia,  non  minacci  niente  donde  nasca  nell'animo  naturale
ripugnanza e spavento che muova la volont, ma esponi soltanto  una
legge che da sola trova adito nell'animo, e anche contro la volont
acquista venerazione (se non sempre osservanza); innanzi alla quale
tutte  le inclinazioni [passioni] ammutoliscono, bench di nascosto
reagiscano ad essa; qual  l'origine degna di te, e dove  si  trova
la  radice  del  tuo nobile linguaggio, che ricusa fieramente  ogni
parentela  con  le  inclinazioni? radice da cui deve  di  necessit
derivare quel valore, che  il solo che gli uomini si possono  dare
da se stessi.
     Non pu essere niente di meno di quel che innalza l'uomo sopra
se  stesso (come parte del mondo sensibile), ci che lo lega ad  un
ordine  delle  cose che soltanto l'intelletto pu  pensare,  e  che
contemporaneamente ha sotto di s tutto il mondo sensibile  e,  con
esso, l'esistenza empiricamente determinabile dell'uomo nel tempo e
l'insieme  di  tutti  i  fini (il quale solo    conforme  a  leggi
pratiche incondizionate, come la legge morale). Non  altro che  la
personalit [Persnlichkeit], cio la libert e l'indipendenza  dal
meccanismo di tutta la natura, considerata per nello stesso  tempo
come facolt di un essere soggetto a leggi speciali, e cio a leggi
pure pratiche, date dalla sua propria ragione; e quindi la persona,
come  appartenente al mondo sensibile,  soggetta alla sua  propria
personalit,  in  quanto appartiene nello  stesso  tempo  al  mondo
intelligibile"(79).


I postulati della ragion pratica.
     
La libert.
     
Non  fare questo o quello per piacere, non farlo per paura,  agisci
solo seguendo la tua volont di obbedire alla legge morale.
     
     p 379 .
     
     Ma   la   volont  pu  esplicarsi  solo  nella  pi  completa
autonomia, cio in piena libert. E' intuitivo - osserva Kant - che
non possiamo volere alcunch se non siamo liberi: volont e libert
sono due termini inseparabili.
     La   libert     un  pensiero  della  ragione,  completamente
svincolato  dall'esperienza. "Tutti gli uomini  si  pensano  liberi
nella  loro volont"(80) e al tempo stesso attribuiscono la libert
a tutti gli esseri ragionevoli(81).
     La   natura,  invece  -  come  sappiamo  -,    un   "concetto
dell'intelletto"  e  dunque, dal punto  di  vista  speculativo,  la
vediamo  dominata  dalla necessit, cio dalle leggi  universali  e
necessarie che l'intelletto le impone.
     Ma  la  molteplicit delle nostre azioni concrete, all'interno
del mondo fenomenico, non pu negare l'esistenza della libert come
pensiero della ragione. La maggior parte delle azioni umane  -  ed
  stata  - mossa (causata) da princpi empirici (come il principio
di  piacere) e quindi da princpi che sono all'interno della  legge
naturale  della  causa e dell'effetto; dunque, dal punto  di  vista
etico, queste azioni "non sono state come avrebbero dovuto essere".
     In  questa  considerazione sta la prova  dell'autonomia  della
ragione  dal  mondo fenomenico e dall'intelletto e del suo  primato
dal punto di vista pratico. Non possiamo far s che una cosa che  
stata non sia, ma siamo liberi di esprimere il giudizio pratico che
essa non  stata conforme alla legge morale.
     In  questo  senso  la ragione, in quanto legislatrice  morale,
postula,  cio pone come necessaria, la libert(82).  Questo    il
primo postulato della ragion pratica.
     
L'immortalit dell'anima.
     
La  volont  libera vuole l'attuazione del bene, cio  della  legge
morale; vuole la "conformit completa" della personalit (la  parte
dell'uomo che fa parte del mondo intelligibile) alla legge  morale.
"Ma"  osserva  Kant "la conformit completa della  volont  con  la
legge  morale    la santit, una cosa di cui non   capace  nessun
essere  razionale del mondo sensibile, in nessun momento della  sua
esistenza.  Poich  essa,  mentre nondimeno  viene  richiesta  come
praticamente necessaria, pu esser trovata soltanto in un progresso
che  va all'infinito, [...] e, secondo i princpi della ragion pura
pratica,    necessario  ammettere un tale progresso  pratico  come
oggetto reale della nostra volont.
     Ma  questo  progresso  infinito   possibile  solo  supponendo
un'esistenza  che  continui all'infinito, e una  personalit  dello
stesso   essere   razionale  (la  quale  si  chiama   l'immortalit
dell'anima)"(83).  Questo    il  secondo  postulato  della  ragion
pratica.
     
     p 380 .
     
L'esistenza di Dio.
     
Torniamo  un momento all'antinomia della ragion pratica:  dovere  e
piacere,  moralit  e  felicit. I due termini,  che  nella  storia
dell'umanit si sono presentati quasi sempre contrapposti (si pensi
di  nuovo  all'elemosina  al  povero in  alternativa  al  biglietto
d'ingresso  alla  commedia), sono pensati uniti  dalla  ragione:  
arduo  pensare il bene - che  l'oggetto della legge e  dell'azione
morale - disgiunto dal piacere e dalla felicit.
     Gli  epicurei  -  osserva Kant - avevano risolto  il  problema
"abbassando"  il  concetto  di bene  a  quello  di  felicit,  cio
riducendo  il bene alla soddisfazione del piacere individuale;  gli
stoici avevano fatto l'operazione opposta, separando l'idea di bene
- che il saggio doveva perseguire - dall'idea di felicit(84).
     La   separazione  tra  virt  e  piacere    possibile,  nella
quotidiana  obbedienza  alla legge morale,  solo  se  pensiamo  "un
accordo  esatto  della felicit con la moralit",  impossibile  per
ciascuno  di  noi  limitato e finito, ma  possibile  in  un  Essere
supremo.
     "E'  moralmente necessario ammettere l'esistenza di  Dio"(85).
Questo  il terzo postulato della ragion pratica.
     
Il bisogno non d conoscenza.
     
Un'analisi  superficiale  del pensiero kantiano  potrebbe  condurre
alla conclusione che Kant ha fatto rientrare dalla finestra ci che
aveva cacciato dalla porta.
     La  libert,  l'immortalit dell'anima e l'esistenza  di  Dio,
cio tre nodi essenziali intorno ai quali si  sviluppata la storia
della filosofia, non possono essere oggetto della conoscenza,  sono
esclusi  dall'attivit teoretica della mente umana, e  poi  vengono
postulati  dalla ragione, posti come necessari dal punto  di  vista
pratico.
     Ad una osservazione un po' pi attenta, per, non pu sfuggire
che Kant opera un rovesciamento, una rivoluzione copernicana, anche
in campo morale: le leggi etiche non sono dedotte dai tre postulati
(come   avviene  nella  geometria),  ma  preesistono  ad   essi   e
rappresentano la condizione perch la ragione li postuli. In  altre
parole:  non  dobbiamo  obbedire alle  leggi  morali  perch  siamo
liberi,  abbiamo  un'anima immortale e crediamo  nell'esistenza  di
Dio,  ma,  al contrario, dal momento che la nostra ragione  elabora
autonomamente  una legge morale, noi, in quanto protagonisti  della
moralit,  abbiamo  il diritto a desiderare  e  credere  di  essere
liberi, di avere un'anima immortale e che Dio esiste.
     Non  esistono precetti di Dio che impongono alcune azioni come
moralmente valide; ma piuttosto sono le azioni virtuose che possono
essere pensate come precetti divini.
     Lo  stesso discorso vale per gli altri postulati della  ragion
pratica;  il  cammino  di Kant  inverso rispetto  a  quello  delle
tradizionali morali metafisiche: immortalit dell'anima  e  libert
sono dedotte
     
     p 381 .
     
     dall'esistenza autonoma dei princpi della morale.
     Si  tratta, quindi, per Kant, di una morale totalmente  umana,
anche se rafforza nell'uomo il bisogno di infinito e di assoluto  e
in qualche modo offre anche una risposta a questo bisogno.
     Sul terreno della moralit la ragione pu liberarsi dai limiti
che  le  sono imposti rispetto alla conoscenza, ma questo  suo  pi
ampio  e  pi  libero raggio d'azione non implica assolutamente  un
ampliamento della capacit conoscitiva dell'uomo.
     Scienza   e  morale  sono  due  facolt  dell'uomo  nettamente
distinte fra loro e tali devono restare.
     I  postulati della ragion pratica - ammonisce Kant -  "partono
tutti dal principio della moralit, il quale non  un postulato, ma
una  legge per mezzo di cui la ragione determina immediatamente  la
volont. La volont, per ci stesso che vien determinata cos, come
volont  pura, richiede queste condizioni necessarie all'osservanza
dei  suoi  precetti. Questi postulati non sono dogmi teoretici,  ma
supposizioni da un punto di vista necessariamente pratico, e quindi
non  estendono la conoscenza speculativa ma danno alle  idee  della
ragione  speculativa in genere (mediante la loro relazione con  ci
che    pratico) realt oggettiva, e le giustificano come concetti,
le  cui  possibilit altrimenti essa non potrebbe neanche  soltanto
presumere di affermare"(86).
     
"...il cielo stellato ...".
     
La distinzione e la separazione tra morale e conoscenza fanno della
filosofia  di  Kant  un punto di svolta nella storia  del  pensiero
occidentale: sono la conclusione di un processo che -  fatte  salve
tutte  le  differenze  -  accomuna  filosofia  antica  e  filosofia
moderna.
     Ma  Kant    troppo  grande perch possa  pensare  che  questa
distinzione divida l'uomo in due e lo costringa poi a inseguire una
ricomposizione  tra  spirito e materia,  tra  anima  e  corpo,  tra
pensiero ed estensione. L'unit dell'uomo  fuori discussione ed  
percepita immediatamente dall'uomo stesso.
     A  questo proposito non si pu non riproporre, anche  qui,  la
celebre conclusione della Critica della ragion pratica:
     "Due  cose  riempiono  l'animo di  ammirazione  e  venerazione
sempre  nuova  e  crescente, quanto pi spesso e  pi  a  lungo  la
riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e  la
legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e
semplicemente  supporle  come se fossero avvolte  nell'oscurit,  o
fossero  nel  trascendente  fuori del mio  orizzonte;  io  le  vedo
davanti  a  me e le connetto immediatamente con la coscienza  della
mia  esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo
sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a  una
grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e
poi  ancora  ai tempi illimitati del loro movimento periodico,  del
loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio  io
indivisibile, dalla mia personalit, e mi rappresenta in  un  mondo
che ha la vera infinitezza, ma che solo
     
     p 382 .
     
     l'intelletto pu penetrare, e con cui (ma perci anche in pari
tempo  con  tutti  quei  mondi visibili) io  mi  riconosco  in  una
connessione non, come l, semplicemente accidentale, ma  universale
e  necessaria. Il primo spettacolo di una quantit innumerevole  di
mondi  annulla  affatto la mia importanza di creatura  animale  che
deve  restituire  al pianeta (un semplice punto  nell'universo)  la
materia della quale si form, dopo essere stata provvista per breve
tempo  (e  non si sa come) della forza vitale. Il secondo,  invece,
eleva   infinitamente  il  mio  valore,  come   [valore]   di   una
intelligenza, mediante la mia personalit in cui la legge morale mi
manifesta  una vita indipendente dall'animalit e anche dall'intero
mondo   sensibile,  almeno  per  quanto  si  pu   riferire   dalla
determinazione conforme ai fini della mia esistenza mediante questa
legge: la quale determinazione non  ristretta alle condizioni e ai
limiti di questa vita, ma si estende all'infinito"(87).
